Nella miriade di progetti di cui si è occupato ha dato vita a bestseller come la Kia Sportage del 2010 e a un’icona come la nuova Land Rover Defender e dal giugno 2024 è stato nominato a capo del design Audi. Massimo Frascella, classe 1971, ha costruito la sua carriera nel mondo del car design partendo dalla carrozzeria Bertone e definendo la sua cifra stilistica secondo uno spirito «decisamente italiano» tra classico, minimalismo e ricerca della provocazione.
Quando hai deciso che avresti voluto fare il car designer?
«Abbastanza tardi. Sembrerà strano ma non sono un appassionato di tecnica dell’auto, di performance, di guida. Ho sempre amato però l’estetica e il mondo dell’arte: da ragazzo mi sono anche cimentato con la pittura a olio. Poi, crescendo, verso la fine del liceo mio padre doveva cambiare auto e l’ho accompagnato in diversi concessionari. Da lì ho iniziato a disegnare alcuni modelli e a costruirli in polistirolo o con il Das. Un giorno sulla rivista italiana Quattroruote ho trovato alcuni annunci di scuole di design e mi è scattata la scintilla: volevo partire per Torino il prima possibile. Il problema? Non avevo abbastanza soldi per l’iscrizione alla Scuola d’Arte Applicata e Design (oggi IAAD, ndr) e così ho allungato il servizio militare per avere uno stipendio che mi permettesse di iniziare a studiare. Ricordo che all’ultimo anno venne a parlare Boris Jacobs, il designer della prima Ford Focus: ne rimasi completamente affascinato e compresi che quella sarebbe stata la mia strada».
C’è stato un momento di svolta nella tua carriera?
«Le prime esperienze in Bertone e Ford tra la fine degli Anni 90 e l’inizio dei 2000 mi hanno dato basi solide, ma in Kia a Irvine, California, sotto la guida di Peter Schreyer credo di essermi trovato al posto giusto nel momento giusto. L’azienda era in una fase di fortissimo cambiamento, con una spinta all’innovazione che mi ha dato l’opportunità di crescere lavorando a tante concept car e auto di serie. Ricordo che presi due settimane di ferie, andai in California e bussai a tutti gli studi di design per capire se avessero un posto per me e così arrivai in Kia. Anni dopo, l’opportunità di ridisegnare auto come il Defender o la Range Rover durante il mio periodo in Jaguar Land Rover credo sia stata una rampa di lancio formidabile, che mi ha permesso di arrivare oggi a essere il responsabile del design Audi. Sono stati tutti momenti di grande soddisfazione».
Ci sono degli oggetti o dei trend che hanno un’influenza nella tua attività creativa?
«I miei riferimenti sono tutti elementi classici nell’estetica, ma molto semplici e puliti. Li cerco senza tempo. Mi piace anche la provocazione, ma deve essere misurata. Ci sono alcuni pezzi di arredamento che amo particolarmente, come la Jensen Chair in versione bassa di Minotti, la Barcelona Chair di Ludwig Mies van der Rohe o i progetti meravigliosi di un gigante del design e dell’architettura come Rodolfo Dordoni. Ma se penso all’oggetto di architettura più incredibile e iconico al mondo tra tutti grandi palazzi e le opere dei maestri credo che un grande merito possa andare alle Piramidi egiziane. Hanno elementi di precisione, storicità, proporzioni, purezza ed è difficile collocarle nel tempo. Tutti valori che cerco di applicare a ciò che disegno».
E le auto?
«Ci sono vetture alle quali sono particolarmente legato. Tra tutte, ne nominerei due: la prima Audi TT per la sua eleganza e sportività e la Lancia Aurelia B20 GT per le sue proporzioni. Le mie passioni vanno un po’ a 360 gradi, cerco di farmi ispirare non solo dalle auto o dai viaggi ma anche dalla musica. L’importante è che tutto segua un certo minimalismo: amo il blues che nasce da tre accordi, ma anche la cucina italiana: è semplice e incisiva allo stesso tempo».
C’è un oggetto che avresti voluto disegnare?
«Il Royal Oak di Audemars Piguet. Credo che questo orologio esprima al meglio il concetto di eleganza, minimalismo, eccellenza nella sua semplicità, ma con carattere. Celebra i mate-riali, l’estetica, la manifattura. È tecnico, ma sofisticato. È uno di quegli oggetti capaci di racchiudere tante emozioni in pochi elementi».
Quali sono i tuoi designer di riferimento?
«Tre nomi: Marcello Gandini, Giorgetto Giugiaro e Walter de Silva. Ognuno con le sue distinte caratteristiche: Giugiaro per la sua capacità di creare oggetti del desiderio ma anche intelligenti (la prima Panda per me è un’opera d’arte), Gandini per il suo estro e il coraggio di osare e De Silva per aver portato l’emozione nel design abbinata a una conoscenza tecnica infallibile».
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