Se per il tredicesimo anno consecutivo i Quattro Anelli hanno affiancato la rivista Interni per l’allestimento di un’importante mostra durante il Salone del Mobile di Milano 2026, negli stessi giorni si sono tenute le anteprime italiane della R26 di Formula 1 e dell’ultima RS5 e, soprattutto, presso l’ex Seminario Arcivescovile è fiorita l’iperbolica installazione “Origins” dello studio Zaha Hadid Architects: una grande capsula ovoidale schiacciata, in grado di evocare i principi dello stile teutonico tramite la solidità dell’involucro metallico. Tale ambientazione ci ha permesso di rivolgere alcune domande a Massimo Frascella, Chief Creative Officer.

La preferenza verso una forma evidentemente elementare, ma pure incisiva, per la struttura che rappresenta l’Audi Design Hub, ricalca in qualche modo i canoni della Casa?

«Certamente, rappresenta appieno i nostri valori, che peraltro sento appartenermi profondamente a livello personale. Si tratta di razionalità, chiarezza, semplicità: soprattutto quest’ultima per me è davvero importante, in tutto, sono una persona che si perde nella complessità. Amo il marchio proprio per questo. Semmai può dimostrarsi più complicato creare una narrazione per cui tali concetti arrivino al pubblico, che deve prima capirli e poi supportarli, ma è il nostro lavoro».

 

Dunque, la semplicità necessita di rimanere intellegibile…

«Assolutamente sì. È una parola che non significa “mancanza”, bensì “riduzione” nel senso di tornare al necessario. Non certo di eliminare per il gusto del gesto. Qualsiasi elemento deve mantenere un carattere, una funzione e una logica, e bisogna lavorare affinché gli osservatori lo comprendano subito. Quando ciò accade il risultato diventa straordinario. In Audi si crea spesso, in questo senso, una sorta di armonia inspiegabile fra razionale ed emozionale, in cui a volte il secondo elemento scaturisce dal primo».

Può indicare un esempio di tale alchimia?

«Personalmente trovo che la Concept C, presentata lo scorso anno al Salone di Monaco, ne sia la rappresentazione perfetta. Quando qualcosa piace, si avverte il bisogno di toccarla: io ho letteralmente dovuto accarezzarla in alcune aree, non – attenzione – nonostante il suo rigore, ma grazie a esso. Le superfici sono tutte controllate, per nulla organiche, costruite in maniera quasi cartesiana. Eppure, proprio per questo generano un’emozione».

Un po’ come accadeva quasi trent’anni fa sulla prima TT (1998), ispirata ai celeberrimi principi del Bauhaus ma decisamente conturbante.

«Esattamente! Si tratta di un orientamento difficile da perseguire, si deve lavorare “con poco” e farsi carico del rischio calcolato di limare eccessivamente. Il che non deve accadere».

A proposito di Audi non proprio recenti, resta incredibile come un tempo la sintassi delle forme si esprimesse con assoluta coerenza sull’intera gamma, dalla sportiva alla piccola. Oggi la progressiva estinzione delle citycar costituisce la perdita di un’opportunità creativa?

«Si tratta di scelte ponderate dalla dirigenza rispetto al mercato, tuttavia per i designer non diventano necessariamente un limite. In verità sviluppiamo continuamente studi, anche digitali, per capire come i criteri elaborati per un modello prestigioso possano declinarsi altrove. Se funzionano su una vettura più grande devono agire nello stesso modo anche su una lunga 3,5 metri, si tratta quasi una prova di validità. Del resto, un’elettrica di dimensioni contenute con il nostro marchio debutterà presto…»